Zona Porto

by Port Square Crew

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Recensione di Davide Salvatore:
Anche oggi metto su il primo disco della Port Square Crew, lo faccio da diversi giorni ormai, come da mesi ascoltavo e riascoltavo le traccie incomplete, ed ancora prima erano i beat e le prime registrazioni. Zona Porto, questo il titolo della creazione della PSC, mi accompagna quindi da tempo, con pezzi, come si suole dire, uno più giusto di un altro. Mi pare doveroso dedicargli qualche parola.
Un piano apre l'album, subito ci si proietta la vista del porto, ci affacciamo su Port Square. E' una melodia dolce, un po' malinconica, l'immaginazione sembra già sovrapporvici i flutti del mare, ma non c'è solo questo, ed a farcelo presente si apprestano proprio i ragazzi di Zona Porto, che quei flutti li ascoltano ormai da molto tempo.
Chi siano questi ragazzi, lo scopriremo nel corso dell'album, ma anticiperò un po' i tempi: i loro nomi sono Debosh, Gheto, Iengo e Ow Jay. Questi quattro ragazzi si sono imbarcati 4 anni fa, in zona porto, decidendo di affidare all'Hip-Hop quanto avevano da dire, e si sono imbarcati, dicevo, alla volta di un mare difficile: quello dell'autoproduzione. E' iniziato tutto così: un paio di metri ricavati tra gli scatoloni di una soffitta, un computer ed un microfono. Anche questo è un ingrediente importante dell'album che stiamo ascoltando, e non mancano di farcelo notare con un nome che lascia pochi dubbi: nasce Soffitta Produzioni. Questi ragazzi, hanno quella rabbia, quella convinzione dei propri mezzi e quella forza d'animo, che nascono e si alimentano quando parli di ciò che senti appartenerti, ciò che vivi e conosci. Insomma lo slang mi risparmia tanti altri giri di parole: questi ragazzi, i ragazzi di Zona Porto, hanno la fotta.
Riprendiamo l'ascolto, d'ora in avanti ci penserà la PSC a raccontarci il resto.
La prima traccia è “Niente 'a verè”, niente 'a verè con la monnezza che circonda noi come loro, un po' un manifesto, ad aprirlo è Gheto che inizia specificando di quale monnezza si parli, e dandoci qualche spunto sui loro ideali <<altro che politici>>. Segue Iengo prendendo le distanze da inutili confronti, Ow Jay chiude con un invito: <<pruov 'a verè pe' dinto all'uocchie 'o Sole, e co' cazone largo a parlà 'e rivoluzione>>. Tutto il pezzo è accompagnato da Debosh che fa da beatbox, e non è un caso per un pezzo nato prima di Soffitta Produzioni.
Il secondo pezzo è “Facce fa”, sulla traccia si intende, un invito che è una garanzia. Facce fa sulla traccia come nella vita, evitando diavoli come Dante nei gironi, senza un Virgilio a fare da cicerone, con un rap artigianale, buono come il pane cafone, i ragazzi aprono il raggio d'azione e si fanno avanti scanzando i fossi. Quello che hanno da dire lo dicono, non lo stipano e non hanno intenzione di passare inascoltati.
Insomma il Rap è una cosa seria e, per chi non avesse ancora recepito il messeggio, a rincarare la dose c'è Debosh con un pezzo in solitaria: “Nun tiene flow”.
E' la volta di “Anormale Involontaria” che riporta l'attenzione sull'Hip-Hop come mezzo di denuncia e rottura. E' affidato al ritornello l'incarico di ricordare come “la rima” sia solo intermediaria del compito di denuncia verso una situazione <<anormale involontaria>>. Situazione che vive il mondo cui si riferisce Zona Porto, il mondo di coloro che lottano, cadono e si rialzano, di coloro che sopravvivono alla continua ricerca di un lavoro che ti lascia con nulla in mano, il mondo di coloro che comunque non ci stanno a lasciarsi andare, a vedere demolite le proprie speranze, il mondo di coloro che non restano a fare da spettatori della propria vita. In particolare il mondo dei napoletani, di quei napoletani consci del fatto che Napoli non sia più milionaria, ma che, proprio per questo motivo, non scappano via, a costo di ripetere all'infinito il primo ciack.
Segue “Funky paradise” che col suo tono maggiormente intimistico riserva una difficile doccia fredda. La traccia prosegue battuta dopo battuta nell'ingrato compito di analizzare i rapporti tra la gente, costruiti come case senza fondamenta. Una traccia dal compito ingrato, come detto, ma non pessimistica, come ci tiene a specificare Gheto: del resto è così che va la società, e seppure queste cose “nun t'e fide d'e pensa'”, rendersene conto è il primo passo, necessario, per cambiarle.
Sono parecchie le cose che “nun ce fidammo d'e pensà”, in una situazione in cui il pensiero deve sviluppare senza nemmeno una bolla d'ossigeno. In stato d'apnea. E' questo il titolo della settima traccia, in cui i ragazzi della PSC mettono in campo la loro energia, rimando in una città divenuta ormai una prigione, con l'obiettivo, la speranza di dare una scrollata alle coscienze di chi è trascinato dalla stessa marea.
Siamo giunti all'ottava traccia, nel corso dell'ascolto sono stati molti i temi toccati, le provocazioni e gli spunti inviati. A ciascuno qualche pensiero avrà risuonato maggiormente, ed è questo il momento adatto per iniziare a coltivarlo, ma nel frattempo lasciate un orecchio aperto per splendida strumentale: sta suonando “Johnny col treno”, un tributo a John Coltrane.
Non siamo ancora giunti alla fine dell'album, ma tirando una somma parziale ci si rende conto che è difficile scorgere una strada per chi, coltivando la propria idea in stato d'apnea, si trova a fronteggiare una situazione anormale involontaria in cui “troppo buono” è spesso sinonimo di fesso.
Di certo c'è che bisogna continuare, saper sperare, con una speranza diversa dalla fuga, dal nascondersi, una speranza che è energia, attiva. Questo sembra volerci suggerire “Tutto perfetto”.
Non è da dimenticare che i ragazzi di Zona Porto parlano anzitutto di loro, di ciò che quotidianamente vivono e fronteggiano; ho detto all'inizio che hanno la fotta, ebbene su questo pezzo la PSC fa quadrare il cerchio: se non era chiaro lo ribadiscono: sono troppe le domande ancora senza risposta e troppe le cose che non accettano, ma conoscono la strada giusta, attraverseranno questa vita lottando in attesa di vedere chi ne uscirà vincente. Una mezza idea sul pronostico già ce l'hanno perchè <<intanto da Posillipo il golfo già risplende>>.
L'album si avvicina alla sua conclusione e la PSC ci da un'ultima voce con “PSCopatico”, o “Lo sguardo è collassante” come a loro piace chiamarla durante i live, una serrata staffetta in quattro strofe senza ritornello in cui viene ripercorsa una breve epopea quotidiana. Inizia Iengo, presentandoci la ripresa dopo una amara vittoria ottenuta da una giornata conclusa allo stremo. Continua Ow Jay, che ritrae la situazione attuale di chi, senza rancore, si muove senza ambizione tra le persone, con la voglia di continuare a fare e, al contempo, con la necessità di evasione, di volare in posti lontani. In questo volo surreale ci accompagna Debosh, portandoci in un mondo <<parallelo e paranormale>>, utopia in cui si condensa la visione di una realtà desiderata, da cui tornare per <<svelare il mistero iniziale>>. E' Gheto a chiudere la traccia e ci riporta là dove eravamo partiti, il porto dove loro hanno deciso di iniziare al meglio, un modestissimo regno in cui coltivare un contributo che sentono di poter dare. Ci riporta in zona porto e lo fa con una serrata poetica onirica, ci appare il porto così come appare loro nelle notti di zolfo, un golfo che diventa valvola di sfogo, boccata d'ossigeno nell'apnea e finestra sul mondo. Restano nel loro modestissimo regno, dunque, i ragazzi della PSC, scelta che però è tutt'altro che chiusura: è sempre Gheto che proprio in conclusione lancia l'invito della Port Square Crew a salire a bordo, in un viaggio verso nuove forme di percezione.
I ragazzi si congedano così, con questo importante invito, ma Zona Porto reca ancora un dono con se nella penna e nella voce di Ciro Raimo, altro ragazzo che davanti al porto c'è cresciuto. In “Precisamente zona porto”, poesia dal sentito gusto partenopeo, il porto assurge a sineddoche della vita, napoletana in particolare. E' un porto dove i pesci si pescano già morti, un porto innanzi al quale è difficile immaginare un futuro. E' da esso che parte l'ultimo compagno stanco di aspettare la “ciorte”. Una visione terribile, sconfortante, ancor più quando ad arrivarti, trasportata dalle onde, è solo una rete rotta, ma, ancora una volta, il porto è anche apertura e sguardo verso il mondo e la rete è intrisa <<del sangue e del sudore di chi in mezzo al mare lotta>>. Infine, è ancora il porto ad accogliere ed offrire un orizzonte libero a coloro che <<la faccia non se la sporcano>>, innanzi ad esso matura la coscienza di una ricchezza che è cosa diversa dai denari, la ricchezza di chi sa dire <<je so' ricco: e dimpetto tengo 'o mare.>>.

credits

released November 9, 2015

scritto, prodotto e registrato presso "SOFFITTA PRODUZIONI"
mix e master Gaetano (Gheto) De Cristofaro
testi di MIchele Guida, Giovanni De Cristofaro, Gaetano De Cristofaro
tranne la traccia 11 di Ciro Raimo

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